Lady Gaga riccia (1)

E se Lady Gaga fosse vera arte? A cura di Ruben Migliardi e Alessia Fusco

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Quanta arte c’è in Lady Gaga?
A spiegarcelo sono stati Ruben Migliardi ed Alessia Fusco all’interno di un articolo universitario che analizza e spiega proprio perché Lady Gaga possa essere definita “vera arte“.
Il risultato?
Un 30 nel libretto.
Se avete venti minuti di tempo, date una lettura e fatemi sapere cosa ne pensate.

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Arte e cultura popolare, hanno una stabile relazione che si protrae da circa 64 anni. Non si può certo negare, che da quando nella Gran Bretagna degli anni ’50 è cominciato a nascere questo movimento, che solo negli anni ’60 prenderà il nome di ‘Pop Art’, molti sono stati gli ambiti che ne hanno subito una forte ripercussione. Di fatto la ‘Pop Art’, il cui più grande esponente è stato Andy Wharol, influenzò profondamente i movimenti artistici a venire, ed estese la sua influenza a settori quali la grafica pubblicitaria, il design, la moda e la musica.

Dal 1964, periodo durante il quale il movimento si impose in modo stabile, la corrente si estese protendendo le sue ramificazioni in tutte le sfere geografiche e culturali. Al di là di un’arte pop, si può identificare un atteggiamento pop, un ambiente pop, un’estetica pop ed infine una vera e propria deviazione della cultura popolare. La Pop Art con il suo spirito “dada” si focalizza sull’oggetto magnificando quest’ultimo come fine del desiderio. Il desiderio, accompagnato da tutto ciò che offre la società del consumo: la star, gli oggetti del benessere domestico, l’automobile, il cibo, il denaro, la bellezza, il sesso, creano un legame diretto tra l’artista ed il pubblico. Mediante la sua estetica diretta, la Pop Art trova eco in ognuno di noi.

In un mondo in cui le immagini e i discorsi tendono alla semplificazione estrema, perché il messaggio è sempre a senso unico e non richiede nessuna interpretazione (tutto è chiaro ed  esplicito), hanno trovato spazio nel corso dei decenni a seguire svariati nomi altisonanti nell’ambito pop; da Warhol fino agli attuali divi del mondo dell’arte come Jeff Koons, capace di trasformare gli oggetti in sensazionali effetti mediatici.

Oltre che artisti, possiamo definirli grandi esperti di business che hanno capito, prima di altri, che oramai l’arte si gioca tra le piazze finanziarie di New York e di Londra. È questo un aspetto negativo?

“Un buon affare è la migliore opera d’arte”, diceva provocatoriamente Andy Warhol. Oltre al marketing si nasconde qualcosa di più fra ribellione, apparente conformismo e ironia. L’ossessiva volontà del dover a tutti i costi circoscrivere l’arte a delle regole moraliste tali per cui quest’ultima debba essere limitata ad una definizione o ad un modo di fare, sconvolge totalmente la vera questione di uno dei punti cardine che caratterizzano un’opera: il processo creativo ed il suo fine. In un mondo in cui talvolta, la commercializzazione dell’arte diviene apparentemente lo scopo del lavoro, si crea una sorta di duplicità basata sia sul contenuto che sul valore mediatico ed economico dell’artista e del suo prodotto.

Quando nel 1926, Magritte disegnò l’immagine di una pipa, aggiunse la didascalia: “Questa non è una pipa”. Il suo scopo era quello di negare qualcosa che si negava già da sé, e cioè che la rappresentazione di una pipa non è mai una “pipa reale”. “È solo una rappresentazione”, spiegava l’artista. Il fulcro del discorso non cambia, nonostante il critico e lo spettatore possano essere distratti dall’apparente “anaffettività” sentimentale ed intellettuale, data dall’ambivalente fine sopracitato, per i più distratti la pipa resterà sempre una pipa, mentre per un occhio acuto quella pipa sarà molto di più.

In questo scenario l’opera d’arte non ha più a che fare solo con la sua qualità intrinseca, ma anche con la sua quotazione, con il prezzo che qualcuno è disposto a pagare realizzando un binomio neo pop totalmente contemporaneo ed affascinante, coniugare più chiavi di lettura totalmente opposte in una sola opera, dal più banale e mercenario al più profondo ed intrinseco, il quale senza l’altro lato della medaglia non avrebbe alcun valore.

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Così anche una tra le popstar simbolo della donna diva e mito per le masse, figlia propria della cultura popolare si è accostata negli ultimi tempi a questa corrente di pensiero creando un vero e proprio fenomeno mediatico; stiamo parlando di Lady Gaga, che con Jeff Koons Marina Abramovic e Robert Wilson ha deciso di collaborarci.

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Prima di giungere in linea diretta al ricollegamenti di tale questione è bene fare un balzo alla fonte del fenomeno multimediale portato alla ribalta da Lady Gaga per comprenderne effettivamente le caratteristiche salienti che portano alla luce la rilevanza di questa artista. Poniamoci la domanda: cosa potrebbe far accostare il nome della popstar americana più controversa dell’ultimo decennio con il nome dell’arte contemporanea? Nonostante la marea di pregiudizi sul suo conto il collegamento è più diretto di quanto potrebbe apparire a prima vista.

David Bowie, Madonna, Prince, Michael Jackson, Leigh Bowery, Klaus Nomi, Boy George, Alexander McQueen, Andy Warhol, Chanel, Donatella Versace, Grace Jones, i Queen, Nina Hagen, Dale Bozzio, Bjork, Marylin Manson, Alice Cooper, Gwen Stefani, Liza Minelli, Judy Garland, Bette Midler, Isabella Blow, Elsa Schiaparelli, Salvador Dalì, “Arancia Meccanica” di Kubrick e innumerevoli altri nomi di artisti, figure professionali di ogni tipo e prodotti d’arte potrebbero essere qui elencati. Questi nomi sono i fondamenti basilari, per essere in grado di infiltrarsi all’interno della costruzione del personaggio “Gaga” al fine di poter giungere al cuore della sua poetica artistica.

Spesso questa artista è stata tacciata di plagio, di poca originalità, accusata di ripercorrere sentieri già battuti, ma è solo quando ci si rende conto che la propria capacità di lettura viene resa povera dal pregiudizio che ci si accorge di come realmente questo personaggio si posa in modo genuino su una serie di fattori coerenti alla sua ideologia.

Lady Gaga si è costruita su una rete di rimandi più o meno espliciti, riponendo la propria identità di personaggio in un trionfale tripudio di inesauribili citazioni. Lady Gaga si fa forza sul perno della citazione imponendo la sua linea stilistica sui cardini del passato incarnando, con consapevolezza, il già accaduto riqualificandolo. Il suo citare in modo ossessivo la porta a farsi carico dell’intera cultura popolare, nutrendosene, assimilandola, concependola nuovamente, per partorirla conducendole nuova vita.

Lady Gaga non usa la citazione a mo’ di retorica fine a se stessa, ma se ne prende carico, si fa plasmare e la plasma a sua volta con il fine di poterla usare per i suoi scopi, in modo da creare un suo campo artistico ben definito. Il riassunto di queste figure nelle quali essa si trasformerà nel corso della sua carriera si racchiuderanno nelle sua poetica per eccellenza; quella del mostro.

La cantante si trasformerà trasfigurando la propria natura in tutti gli orrori degli aspetti (e spettri) dell’animo umano. Lady Gaga veste i panni della cattiva ragazza, della vendicatrice e dell’assassina seriale, fino ad assumere una connotazione metafisica nell’incarnare diverse figure tra le quali noti artisti e si fa carico di una postmoderna mitologia; si fa persino Maria Maddalena e si consacra, infine, come Madre dei Mostri.

Dunque Lady Gaga altro non è che un’immagine della mostruosità, il cui grado di realtà è direttamente proporzionale al grado di mostruosità insito in ognuno di noi: la relazione si instaura con la zona d’ombra di ciascuno, quel luogo che tentiamo di nascondere ma che disperatamente vorremmo vedere. Quella che vediamo, dunque, non è che l’immagine codificata della mostruosità, non è che uno spettacolo di situazioni morali abitualmente nascoste. Una delle sue citazioni recita: “non hai ombre se non stai alla luce”.

Lady Gaga segue l’annuncio dell’uomo folle e si fa precursore d’una nuova dimensione dell’umanità, in cui la mostruosità altro non è che il carattere eccentrico di quelle virtù terrene, legate al corpo, alla fisicità, spogliate dalle catene morali.

È in questo scenario che Lady Gaga si pone come una multimediale tela bianca sopra cui poter pennellare a proprio piacimento nuovi decori, utilizzando, però, vernici del passato, colori ben conosciuti, diluenti di comprovata qualità.

È nel 2009 che la neo-nata popstar si dimostrerà molto più che una delle tante metorine del momento. Lady Gaga nel corso della promozione dei suoi prodotti musicali e del suo personaggio svela caratteristiche insolite allo stereotipo che caratterizza le sue colleghe.

 La cantante trova la sua massima realizzazione durante le esibizioni dal vivo componendo  un rituale dal sapore antico, studiato nei minimi dettagli per avere una vera e propria apparizione epica. In questa sua opera d’arte, Lady Gaga si fa dunque paladina di Dioniso, sconfiggendo la misura apollinea e rifluidificando, così, quello spirito sfrenato di aderenza alla vita autentica.

Le sue performance sono sempre più elaborate e curiose, totalmente teatrali e curate. Queste sue apparizioni si evolveranno sempre più sino a sfociare in una serie di vere e proprie collaborazioni che porteranno il nome dell’italo-americana ad essere coinvolta in incontri di alto live

llo con la movimentata scena dell’arte contemporanea, intessendo così un’unione sempre più relazionata tra l’arte ed il pop.

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Yoko Ono "We Are Plastic Ono Band" With Special Guests At The Orpheum Theater - Day 2

 

È possibile identificare la data in cui tutto ebbe inizio; il 14 novembre 2009 anno in cui a Los Angeles si festeggia il trentesimo anniversaio al MoCA, Lady Gaga partecipa ad una performance di Francesco Vezzoli approfittando dell’occasione per presentare in esclusiva uno dei brani che avrebbero fatto poi parte dell’estensione del suo album che si chiamerà “The Fame Monster”. Unendo con controversia quel binomio particolarmente contemporaneo arte/denaro che caratterizzerà la sua carriera, Lady Gaga canta seduta a un pianoforte rosa addobbato di farfalle blu con un cappello disegnato da Frank Gehry, lui ricama in un vestito nero mascherato, mentre attorno a loro danzano I ballerini del Bolshoi, inscendando così una vera e propria opera di performance art. Le provocazioni e le molteplici chiavi di lettura certo non si lasciano desiderare. Lady Gaga collaborerà anche con Yoko Ono, esibendosi in un mini concerto sul palco del Orpheum Theater a Los Angeles durante il 2010.

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Questo amore per l’arte e l’unione con la sua musica che tutto sembra tranne che profonda si inspessisce sempre più nel corso della sua carriera.

Anche se agli occhi di alcuni potrebbe parere assurdo il confronto, i suoi brani, così come la pipa di Magritte o I dipinti di Dalì, nella loro surrealità nascondono più di un banale messaggio e riflettono un assurdo che pare fine a se stesso.

Sarà solo grazie alle rappresentazioni visive che le molteplici chiavi di lettura si mescoleranno portandola così ad essere incoronata come una degli artisti dalla scrittura più complessa da decifrare, unendo una sovversività in bilico tra lo scandalo, la follia ed il genio, non tanto nell’invenzione, quanto nella ricerca e nella reinventiva.

Lady Gaga è un personaggio letteralmente “strano” e senza ombra di dubbio eccentrico. Uno tra gli svariati esempi che rimarcherà questo suo lato particolarmente sensibile all’arte su scala mondiale sarà l’uscita del video del suo singolo “Telephone” nel 2010. In questo momento la cantante dimostra una volta per tutte di avere una smodata passione per la cultura popolare ed una marcia in più rispetto alle altre cantanti pop esplicando le caratteristiche simil retoriche che caratterizzerano la sua poetica.

Il brano “Telephone” ( uno fra molti ) sembra banalmente parlare dei superficiali problemi che possono trovare spazio durante le folli notti tipiche della gioventù ( lato particolarmente inerente alle tematiche leggere del genere musicale); il non voler rispondere alle chiamate che inondano il telefono mentre si è impegnata a ballare sulla pista da ballo in discoteca. È da subito ovvio che si cela molto di più dietro il ritmo dirompete e i versi facilmente memorabili. Le metafore abbondano nei suoi testi e le chiavi di lettura si mescolano tra la provocazione, la banalità ed un profondo significato sorprendente una volta analizzati. Di cosa parla lady Gaga? Che nesso ha con il titolo del suo album “The Fame Monster” tutto ciò?

Il ritratto degli “orrori” che l’industria musicale e la cultura popolare compiono sull’artista controllandolo per il loro scopo lucrativo sono esplicati in modo genialmente intrinseco tra metafore, modi di dire e celebri citazioni durante ogni singolo brano. È questo che rende speciale Lady Gaga. Con mosse apparentemente semplici usa i simboli della cultura pop a suo piacimento compiendo una critica al potere del denaro, usandolo a sua volta.

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Come accade con la maggior parte dei suoi lavori il videoclip realizzato ha una sorta di funzione traduttiva ed aiuta sin da subito a decrifrare il vero significato del brano. I simboli dell’America contemporanea ci sono tutti: dalla prigione al fast-food, dalle stragi al mito della libertà “on the road”, dall’omosessualità femminile alla bandiera degli Stati Uniti…

In questo video ultra-pop e post-moderno, con espliciti richiami a Madonna, Prince e Tarantino, niente può essere preso alla lettera. Tutto è sovversione. Tutto è al servizio di un immaginario che ribalta il significato letterale degli oggetti, dei colori, delle parole. Le lattine di Coca-Cola vengono utilizzate come bigodini; il cellulare suona, ma Lady Gaga canta che è troppo impegnata per rispondere… La cultura pop utilizza da sempre “la potenzialità metafisica” della merce, come direbbe il filosofo Adorno. Ma, nel caso di Telephone, questa potenzialità è iperbolica: i simboli vengono utilizzati per capovolgere il senso comune e per costringere lo spettatore ad interrogarsi non solo su ciò che “fa” (il ruolo che occupa), ma anche su ciò che “è” (il personaggio che interpreta). Parodiando la retorica fetish, Lady Gaga ribalta l’orgia di seduzione consumistica cui sembra sottomettersi.

Attraverso una clip talvolta al limite del delirio, Lady Gaga ribalta il significato degli oggetti di consumo più banali e riqualifica il senso delle situazioni più comuni (il cibo, il sesso, la libertà, la ribellione…). Riprendendo alcuni stereotipi della società americana, e facendoli a pezzi, Telephone spiazza lo spettatore. Certo, le immagini sono trash, violente. Ma che impatto può avere, da un punto di vista simbolico, un video ad alto consumo di massa che gioca con la realtà?

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Questo video ha il merito di suscitare molte domande: cosa vuol dire vivere in una società violenta e sessista? Che significa consumare i prodotti che la pubblicità ci propina? Che piaccia o no, però, il video di Lady Gaga spinge milioni di spettatori ad uscire dai “dispositivi culturali” dominanti e ad interrogarsi sullo spazio che ognuno di noi è oggi disposto a fare alla sfrontatezza, allo sberleffo, e più generalmente, al Kitsch. Del resto come dice Banksy “L’arte deve confortare il disturbato e disturbare il comodo”, ed è questo il punto forte della cantante, ma allo stesso tempo punto debole in quanto sarà questo che la renderà  uno dei personaggi più polarizzanti dello scenario. O la si odia o la si ama, non vi sono vie di mezzo.

I riferimenti all’arte e la sua teatralità non verranno mai meno, si trasformerà in opere di Dalì durante le sue performance, inscenerà la sua morte, impressionerà milioni di persone con il suo abito di carne. Trovate commerciali per far parlare di se, o amore per l’arte inglobato nella figura della pop star cercando di mescolare il basso con l’alto e l’alto con il basso? Probabilmente entrambe le cose, tirando fuori ancora una volta il controverso binomio.

Lady Gaga si pone come una multimediale tela bianca, sopra cui poter pennellare a proprio piacimento nuovi decori, utilizzando, però, vernici del passato, colori ben conosciuti, diluenti di comprovata qualità. L’aura mistica e dannata dell’artista si disvela dunque nella prossimità profonda della distanza: vivificare nel qui e ora ciò che è cristallizzato nel passato, ridare vita all’accaduto; una negromanzia dell’anima possibile solo nell’arte.

Con l’ultimo album ARTPOP, Lady Gaga ha stretto questo suo rapporto con l’arte arruolando dalla sua alcuni tra gli artisti più popolari e quotati della contemporaneità, riassumendo così la sua essenza in quanto a figlia della citazione.

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Jeff koons realizzerà due opere con il suo nome, la cover per l’album ed una statua ritraente la cantante affiancata ad una delle suo famose Gazing Ball, che staranno a rappresentare la sua poetica. Marina Abramovic la prenderà sotto la sua ala per istruirla al suo metodo introducendola nel mondo della performance art. Robert Willson realizzerà per lei diverse scenografie per fare da cornice alle sue ultime performance, e riprodurrà una serie di dipinti di fama mondiale come “La morte di Marat” di Jacques-Louis David e “Testa di Giovan Battista” di Andrea Solario, in una serie di video istallazioni che verranno presentate nelle sale del Louvre; un piccolo passo è già compiuto.

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Lady Gaga ha finalmente deciso di tradurre la sua poetica artistica insieme a questi artisti, dando così vita ad una esperienza warholiana inversa, come la chiamerà. Lei vuole divenire la tela sul quale l’artista dipinge unendo così in modo definitivo l’arte nel pop. Grandi nomi tra fotografi e registi hanno da sempre lavorato con lei su di lei creando opere dal volere artistico più o meno rilevante che vanno oltre le banalità propinate fino agli anni scorsi in questo ambito, realizzando piccoli capolavori che sono stati degni di attenzione. Come accennato però, è solo ultimamente che la cantante ha concretizzato questo concetto in modo letterale.

Spiccato il volo con coraggio grazie al sostegno di questi grandi nomi, in una delle sue ultime performance, Lady Gaga ha dato vita a delle operazioni decisamente estreme ma significative. Durante un piccolo concerto tenutosi al Sxsw Festival in Texas, L’eclettica cantante ha fatto squadra con la giovane artista emergente Millie Brown, performer statunitense specializzata nella cosiddetta Regurgitation Art, ultima frontiera dell’Action Painting di Jackson Pollock, eseguendo una performance per stomaci forti che non poteva ricevere miglior rappresentazione per il messaggio del brano inscenato.

La canzone dal Titolo “Swine” letteralmente “porco” tratta temi innegabilmente forti come le violenze sessuali, esperienza che tra le altre cose è stata vissuta in prima persona da Lady Gaga stessa.

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Indossato un grembiule candido acconciata con finti dreadlocks bianchi, la cantante si siede alla batteria cominciando a cantare suonando a ritmo lo strumento. Quando il brano giunge al suo culmine la performer infilate due dita in gola compie un gesto senza dubbio disgustoso , riguargitando su Lady Gaga molteplici volte. La performance continua e salite su un maiale meccanico adibito a pianoforte dove l’artista continua a vomitare del liquido, questa volta nero degenerando in un delirio completamente forte e poco convenzionale che culminerà con le due giovani donne sfinite, accasciate con le gambe intrecciate fra loro sul maiale meccanico. Lo scenario è sicuramente sconvolgente, aspro e parecchio amaro, esplicando così i sentimenti propri che, il brano nella sua realtà aldilà della produzione dei forti beat elettronici , ingloba .

Lo spettacolo, ancora prima di questo punto focale, comincia con un ulteriore performance: una donna seduta mangia sul palco per 15 minuti della carne cotta direttamente dalla brace in modo famelico gettando gli scarti sul pavimento. La stessa brace sarà quella sopra la quale Lady Gaga entrerà legata ad un palo a mo’ di spiedo meccanico, contorcendosi mentre ruota su di essa durante l’esecuzione di un altro dei suoi ultimi brani intitolato “Aura”, che tra le sue parole beffeggia lanciando un’aspra critica a “Hollywood”. Sullo sfondo a fare da cornice un’enorme insegna al neon riporta la scritta “Lady gaga’s BBQ haus of swine” mentre il tutto è contornato da pattume come in una discarica.

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Durante lo show la citazione cardine è “Fuck you pop music this is ARTPOP”. Una sorta di ribellione al sistema commerciale che manipola gli artisti secondo i loro scopi; ne segue il licenziamento del suo manager storico e la presa di posizione sulle sue scelte artistiche diventando regista del suo stesso video musicale che uscirà nei mesi successivi. Riallacciandosi ai suoi lavori precedenti sottolinea (mediante un immaginario classico reso totalmente kitsch com’è consuetudine di Koons) la sua volontà di segnare una svolta divenendo, come recita il brano, “la ragazza sotto te che ti fa piangere”, “ voglio essere quella ragazza”, “ non ho bisogno di stare in cima per sapere che valgo”, “indosserò la cravatta”, giocando con le parole fra G.U.Y. Ed il suo acronimo Girl Under You. Lady Gaga risorgerà dalle sue stesse ceneri debuttando come un’angelo caduto o fenice deturpata, riprendendo ciò che le spetta di diritto, ovvero la libertà della sua espressione.

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Senza ombra di dubbio la critica è forte e al contempo velata, il barbecue che arrostisce la carne per darla in mano agli ingordi rappresenta Hollywood che macina chiunque pur di portar profitto, usandolo e gettandolo una volta spolpato. Questo concetto si cela nel celebre meat dress già citato in precedenza, indossato durante un Galà, dalla cantante stessa nel 2010 ( riferimento all’artista Jana Sterbak con il suo “Vanitas: Flesh Dress for an Albino Anorectic”), momento che ha segnato la storia della musica per l’alto tasso di provocazione e scandalo che sottolinea però un punto decisivo: non sono solo un pezzo di carne.

È dalla frattura operata dalle Avanguardie storiche che il dibattito su cosa è arte e cosa non lo è scatena accese spaccature tra contemporaneisti e studiosi dell’arte antica e moderna: rivoluzione del gesto, affermazione della performance e successo delle installazioni concettuali da decenni spiazzano pubblico e critica, creando una divaricazione sempre più ampia tra aspettative degli artisti e capacità di comprensione da parte del grande pubblico.

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Se è vero che queste operazioni profumano inevitabilmente di commerciale, è altrettanto certo che avvicinino – seppur indelicatamente – all’arte. Siamo arrivati ad una svolta della cultura popolare? O tutto ciò rimarrà solo un’insieme provocazioni fini a se stesse incomprese dalla maggioranza?

Uno dei suoi brani che prende il nome dell’album recita: ” My ARTPOP could mean anything”. È solo dopo un’analisi che il senso diviene chiaro. Lady Gaga figlia e madre della cultura popolare rimescola citando i grandi miti a suo piacimento trasformandoli in qualsiasi cosa possa sostenere il messaggio che vuole lanciare. Così quest’album, nel suo concept, si riassume in celebrazione della sua essenza.

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