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Reggio Calabria: Il migliore amico gay si suicida per omofobia e lei va al Gay Pride con i figli in suo onore

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Il sito LGBTnews ha pubblicato una bellissima intervista fatta ad una ragazza eterosessuale che ha sfilato al Gay Pride di Reggio Calabria insieme ai suoi figli in memoria del migliore amico gay che si è suicidato.

“La storia del mio amico è una storia di ordinaria tristezza…come lui tanti ragazzi sono stati minati nel profondo dalla discriminazione, dalla mancanza di accettazione, dall’esclusione, dall’allontanamento, tutte cose che spingono chiunque sia dotato di una sensibilità fuori dal comune e una fragilità interiore a sgretolarsi lentamente. Questo è accaduto: trauma dopo trauma perdeva un po’ di se stesso, colpo dopo colpo un po’ della sua gioia di vivere (e vi assicuro che ne aveva da vendere). Era lui l’anima della festa, il burlone, il compagnone, sorriso e battuta sempre pronti. Si parlava di mentalità, era arrabbiato e ferito da ignoranza e tentativi di omologazione, voleva distinguersi, esprimersi in tutte le sfaccettature della sua complessa personalità. Il non venire compreso però lo alienava ogni volta. Ho assistito a scontri di idee e battaglie per il rispetto, non si tirava indietro mai, poi però partiva per Paesi lontani e più tolleranti alla ricerca della sua libertà, ma quello spazio avrebbe voluto averlo qui nella sua terra, a casa sua. Tornava sempre ma le sue ‘fughe’ non cancellavano i problemi che lo stancavano sempre più, la ribellione veniva sostituita dalla rassegnazione nelle continue discussioni. Era demoralizzato e sfiduciato. Ci si consolava confidandoci, aveva sollievo a sentirsi capito. Io in realtà non faticavo a capire lui, ma le persone con cui aveva a che fare che lo ferivano di continuo. Venne ad abitare con la mia famiglia e diceva di sentirsi bene con noi. Si usciva, giocava con la mia bimba, ma arrivarono altri duri colpi. Poi l’ennesima partenza, stava per nascere la mia secondogenita e lui partiva per la Spagna con la promessa di ritrovarci tutti dopo un paio di mesi. Non andò bene, l’ennesimo trauma e smise di mangiare e parlare. Ricoverato in una clinica del luogo, l’hanno riportato qui che era l’ombra di sé stesso. Depressione e schizofrenia, dicevano i dottori, e lo imbottivano di farmaci che facevano peggio. Tutti abbiamo provato di tutto. Tutto inutile. Due anni di tristezza, di speranze, di tentativi. In due anni c’ha provato due volte a farla finita. Poi il 12 luglio 2012 un colpo di pistola ha segnato la fine della sua vita, della sua sofferenza e l’inizio della mia. Era fragile come il cristallo ma è stato provato come la roccia dalla vita..troppo duramente. Come il cristallo è andato in pezzi e io ancora non posso accettarlo. Ora le sue lotte sono le mie. Al Pride di Reggio avevo la sua maglietta. Volevo che ci fosse, che vedesse e gioisse dei piccoli passi in avanti che la nostra città compie. Avrei voluto che avesse capito che anche qui era possibile, solo ci voleva più tempo…”

Fonte: LGBTNews

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