Alfonso Signorini contro il coming out pubblico

20 Novembre, 2019 di Fabiano Minacci

Alfonso Signorini nell’ultimo numero del settimanale Chi ha scritto una lunga lettera in cui parla di coming out. Purtroppo – al contrario di quanto uno possa aspettarsi da parte di un membro della comunità LGBT – il direttore (proprio come Mahmood, Marco Mengoni e Gabriel Garko) ha dichiarato che il coming out pubblico è simbolo di provincialismo, perché “nessun etero dice pubblicamente di essere etero” e “i ragazzi di oggi non si pongono il problema”.

Una frase (quella degli etero che non fanno coming out) ripetuta da molti ma che non trova in me nessun applauso: nessun etero dice di essere etero perché nella nostra società tutti danno per scontato che tutti siano etero. Perché dovrebbero ribadirlo?

Alfonso Signorini contro il coming out pubblico, la lettera

“Care lettrici, cari lettori, Gabriel Garko ha ragione: sogniamo tutti, insieme con lui, di vivere in un Paese dove non ci sia bisogno di dire con chi dividiamo il nostro letto, uomo o donna che sia. Pensandoci bene la discriminazione c’è ancora, eccome se c’è: avete mai visto un eterosessuale conquistare copertine o interviste televisive perché ammette di essere etero? Forse, pensandoci bene. anche tutta questa rincorsa al coming out pubblico oggi non fa che sottolineare un provincialismo che non ci fa onore. I tempi sono cambiati. I ragazzi e le ragazze di oggi non si pongono il problema di rivendicare la loro identità sessuale: tutto viene vissuto con più naturalezza, alla luce del sole. Per fortuna. Certo, non mancano. e non mancheranno mai, episodi di intolleranza, di violenza nei confronti di chi non è omologato al branco. Ma restano episodi, legati all’ignoranza, al degrado sociale, alla mancanza totale di sensibilità e di educazione. Ai miei tempi la situazione era molto diversa. Quando ho parlato di me davanti alle telecamere (circa una ventina di anni fa) ho ricevuto valanghe di lettere da parte di uomini e donne, che si sentivano confortati, sostenuti nelle loro piccole e grandi battaglie quotidiane. Alcuni hanno trovato perfino il coraggio di raccontarsi e di non nascondersi più. Io credo che le nostre testimonianze abbiano aiutato non poco a cancellare la morbosità, la pruderie che da sempre aleggiano intorno alla sessualità di una persona. E di questi risultati sono molto soddisfatto. Certo, ricordo che il passo non fu facile neppure per me. Anch’io per molti anni avevo cercato di convincermi del contrario. mettendo a tacere una voce interiore che ogni giorno si faceva sempre più assordante e ingombrante. Ho avuto il coraggio di parlare serenamente ai miei genitori solo a trent’anni, forte di essermi innamorato. Ricordo che mio padre, sintetico come sempre, di fronte a mia mamma c a mia zia sbigottite, ruppe il tragico silenzio che seguì la mia confessione con un “Mi l’avevi semper dii” (tradotto dal suo dialetto milanese: ‘lo l’avevo sempre detto’), che rimarrà nella storia della nostra famiglia. Oggi. forse, non c’è più bisogno di tutto questo, né di tutta questa sofferenza, di questo disagio per raccontare aspetti così intimi, così privati di noi. Garko ce lo ricorda nel suo bel libro: che vada a letto con un uomo o con una donna nulla cambia di lui, della sua persona, del suo essere. Non chiedergli più nulla a riguardo è solo un segno di civiltà e di buon senso. Alla prossima!”

Personalmente sogno un mondo dove chiunque non si vergogni del proprio orientamento senza celarsi dietro privacy o fluidità varia.

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